È stato pubblicato ieri, su Journal of Microbiology (tra le maggiori e più importati riviste al mondo) un commento sui Ct alti o “basse cariche” che si riscontrano in numerosi tamponi per la ricerca di SARS-CoV2 (Covid19).
Per riassumere:
i bassi Ct (>34) potrebbero indicare una pregressa infezione, questo perché l’emissione di RNA o frammenti di RNA può essere sporadica e può continuare per MESI;
se non si conosce la storia clinica (contatti, ect…) il test va ripetuto alle 48h. Se i Ct sono uguali i tamponi si possono considerare negativi;
i pazienti immunodepressi e/o i pazienti trapiantati hanno emissione di particelle o frammenti virali anche a distanza di mesi dall’infezione;
i test NAAT ovvero le PCR (molecolari) in caso di positività NON vanno ripetuti prima che siano trascorsi 90 giorni. Quindi NO tamponi a raffica ogni due minuti;
i risultati di Pronto Soccorso in California (!) vengono forniti alle 48h. Non deve esistere assillo, fretta, urgenza, centomila telefonate quando di tratta di diagnostica microbiologica. Si evince che: il personale medico DEVE prendere le decisioni circa quello che è meglio per il paziente SENZA attendere il risultato del tampone;
i Ct >34 corrispondono a virus non competente ovvero, verosimilmente, il paziente non può infettare;Detto questo ne derivano alcune considerazioni (medico-legali):
la decisione di considerare un paziente positivo/negativo con relativo ricovero in area Covid con tutto quello che ne può derivare è di esclusiva responsabilità medica;
la decisione di considerare un paziente positivo/negativo non può essere fatta sulla base del risultato del tampone;
ogni atto medico prevarica i tempi di attesa del tampone;
è necessario un colloquio diretto tra i clinici e i microbiologi: i risultati possono dipendere dalle notizie cliniche fornite. Più queste sono accurate più saranno accurati i risultati.Reference:

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