Mi sorprendo sempre ogni qual volta, dopo la comunicazione di una positività all’infezione di SARS-CoV-2, mi viene chiesto “che variante è?”: come se la risposta or una or l’altra potrebbe cambiar qualcosa per l’interlocutore. Quando si parla di “varianti” è necessario sapere che esiste un codice di nomenclatura definito PANGO che è usato dagli enti di ricerca per definirne e tracciarne la diffusione. Le varianti di SARS-CoV-2 si distinguono in tre grandi gruppi: le VOC o “varianti che destano preoccupazione”, le VOI o “varianti che destano interesse” e una miriade di altre “varianti monitorate”. Le VOC sono (ad oggi) cinque: Alpha o Inglese, Beta o Sud Africana, Gamma o Brasiliana, Delta o Indiana e Alpha+E484K ovvero una variante Alpha a cui si è aggiunta una mutazione in posizione 484 che comporta il cambio dell’aminoacido Acido Glutammico (E) con un una Lisina (K).
Le VOI sono (ad oggi) sei: Eta o Nigeriana, Theta o Filippina, Kappa o Indiana, Labda o Peruviana, n/a ovvero non definibile ma identificata come Colombiana e un’altra n/a. Nel terzo gruppo che comprende le “varianti monitorate” ne sono incluse 24 tra cui la P1+P681H definita Italiana la quale contiene 6 mutazioni dello Spike. Ma non finisce qui infatti, le mutazioni si sono accumulate generando una serie di lignaggi ovvero di “virus discendenti”: il lignaggio A ha almeno 30 sotto-lignaggi, quello B oltre 1000 e poi abbiamo C, D, L, P e varie doppie lettere. Migliaia e migliaia di “varianti”. Attualmente, in Europa, la più diffusa è la VOC B.1.617.2 ovvero l’Indiana (Delta) che presenta: 5 mutazioni maggiori sul gene S che produce la Spike ovvero la proteina d’attacco al recettore, 1 mutazione in ORF3, 1 mutazione in M, 2 mutazioni in ORF7 e 3 mutazioni in N, e risulta essere: più infettiva, più virulenta e più evasiva. All’interno di questa variante vi sono altre due varianti identificate come AY3 e AY5 che potrebbero essere ancora più infettive ed evasive. Inoltre, a tutto questo è necessario aggiungere che la corsa all’identificazione della “variante” risulta priva di senso ai fini diagnostici perché salvo rari istituti quasi nessun laboratorio è in grado di definire in tempo reale la presenza di una determinata variante minore.
Attualmente, poiché il Virus fa il Virus ovvero infetta e muta, l’unico modo che abbiamo per attenuare e frenare la diffusione delle varianti è il vaccino, bloccando il ciclo di diffusione virale; infatti, il vaccinato rappresenta nella stragrande maggioranza dei casi un vicolo cieco; su varianti e vaccini tornerò in un altro post. Dunque, ritorno alla domanda di apertura del post: ha senso parlare ancora di varianti?
Riferimenti:
foto: dashboard ECDC VOC Delta

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